Imparare a cinquant’anni … e oltre

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Traspare un tono di sconfitta nelle parole e nell’atteggiamento delle persone che conosco della mia età e più in là con l’età. “Sono troppo vecchio per imparare” è la frase che sento più spesso. Come se tutto fosse ineluttabile e inevitabile.

Forse c’è una sorta di presunzione in questa scelta dell’arresa. Dopotutto, se sono troppo vecchio per imparare, crescere, migliorarmi, cambiare, allora sono assolto da ogni responsabilità. È sempre colpa di qualcun’altro se non mi prefiggo obiettivi nuovi o se non li raggiungo.

Tuttavia ci sono delle verità da non trascurare:

1. Imparare costa un minimo di fatica. Con il verbo imparare includo tutto: crescere, migliorare, cambiare. Non voglio entrare nel merito delle strategie per imparare, dato che l’argomento è troppo vasto. Mi fermo al primo passo, alla soglia sulla porta di casa: imparare richiede di uscire dalla calda, confortevole sensazione che tutto sia perfetto così, che lo status quo non vada sovvertito. Se non usciamo dalla famigerata zona di comfort non andremo da nessuna parte. Ma è anche peggio di così. Lo status quo non esiste. Se non cresci, ti deteriori. Forse conoscete l’esperimento della rana nell’acqua. Cerca su un motore di ricerca (rana nell’acqua bollente). Andrea Giuliodori ne parla ampiamente nel suo sito qui.

“Il concetto è semplice: se ti appiattisci nel senso di compiacimento (o di paura), muori.”

Il mondo cambia troppo velocemente per rimanere staticamente ad aspettare. Quindi chiediti: quanto sono disposto o disposta a mettermi in gioco? Quanto le condizioni familiari/di lavoro/di salute condizionano le tue scelte? No, davvero, non cercare scuse.

2. La motivazione dev’essere forte. Verissimo. Il mondo è pieno di persone che sono arrivate all’eccellenza e poi all’eccezionale spinti da una forte motivazione. Persone che, ad esempio, hanno dato la loro vita per un ideale (pensa ai cristiani del primo secolo che morivano nelle arene per non tradire la loro lealtà verso Dio). La molla iniziale è il carburante necessario per partire. E poi?

3. Pratica! Pratica! Pratica! Non si enfatizzerà mai abbastanza il valore della pratica. Vi consiglio la lettura di questo libro, Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza: storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello. Si raccontano esperienze di ricerche sulla neuroplasticità del cervello che meriterebbero l’approfondimento sia nel sistema educativo scolastico sia nell’ambito sanitario in relazione al recupero psicofisico di persone con disabilità anche gravi. Il cervello non spreca le risorse e lavora sul principio use it or lose it, cioè usalo o lo perderai. Quindi spesso il problema sta nel fatto che ci fidiamo del sentire comune e lo consideriamo legge. “A cinquant’anni non si impara più e sei da buttare”, dice la gente, la televisione, i giornali e lo consideriamo un assioma assodato. Se ti dicono che sei da buttare, tanto vale che ti butti via da solo, no?

Ti racconto una cosa che ho avuto il piacere di sentirmi raccontare direttamente dal protagonista. A quanto pare, prima del 1978 la comunità scientifica mondiale sosteneva che era impossibile per un essere umano sopravvivere senza bombola di ossigeno sopra gli 8.500 metri di quota. Poi, nel 1978,  un certo Reinhold Messner, insieme al suo amico Peter Habeler, ha scalato la cima dell’Everest senza l’ausilio di ossigeno e nel 1980 raggiunge la medesima vetta in solitaria. Quota? 8.848 metri!

Un’altra storia molto famosa è quella relativa a Roger Bannister, il primo uomo al mondo che, nel 1954, riuscì a coprire di corsa la distanza di un miglio (circa 1.600 metri) in meno di quattro minuti. Prima del 1954 la comunità scientifica mondiale aveva sostenuto che l’uomo non può coprire la distanza di un miglio in meno di quattro minuti. Con studi scientifici relativi alla fisiologia del corpo umano venivano fornite “prove” che avevano spinto gli atleti a non tentare neppure di abbassare quella soglia. Poi è arrivato Bannister e tutto è cambiato.

Studi più recenti come quelli nell’opera citata dimostrano che siamo ancora lontani dal capire e conoscere come funziona il nostro cervello e la sua neuroplasticità, cioè la sua capacità di adattarsi a situazioni nuove anche invalidanti e anche in tarda età. Io non sono uno scienziato e mi fermo a questi esempi. Qual è il punto? Il punto è che con la sufficiente motivazione e tanta pratica si può arrivare prima ad un livello buono, poi all’eccellenza, poi all’eccezionale. Peccato che la maggior parte di noi abbia deciso di fermarsi prima e di lasciare che altri pensino al posto nostro.

Ma ci sono persone determinate che hanno raggiunto obiettivi ragguardevoli indipendentemente da età, circostanze, ambiente. Quanto tempo passerai ancora a lamentarti?

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